C’è un sonetto in particolare che mette in difficoltà la maggior parte degli studenti italiani, quando si trovano ad affrontarlo: è il sonetto tratto da LA LIRA, opera seicentesca di Giambattista Marino, e in particolare in questo paragrafo dedicato “ai biondi capelli della sua donna”. In apparenza una poesia romantica come tante, in realtà un testo complesso da interpretare in modo attento e preciso. Ecco le parole originali:
A l’aura il crin ch’a l’aura il pregio ha tolto,
sorgendo il mio bel Sol del suo oriente,
per doppiar forse luce al dì nascente,
da’ suoi biondi volumi avea disciolto.
Parte scherzando in ricco nembo e folto
piovea sovra i begli omeri cadente,
parte con globi d’or sen gia serpente
tra’ fiori or del bel seno or del bel volto.
Amor vid’io, che fra i lucenti rami
de l’aurea selva sua, pur come sòle
tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami;
e nel sol de le luci uniche e sole
intento e preso dagli aurati stami,
volgersi quasi un girasole il sole
Cosa significa questo inno “ai biondi capelli”?
Per spiegare il sonetto si deve innanzi tutto notare il paragone tra la bellezza luminosa della donna amata e il sole. Quando ella si alza dal letto e scioglie i capelli, perfino l’oro non ha più valore e il sole aumenta il suo splendore. Il sonetto prosegue spiegando come scendono i capelli sul corpo della ragazza: come nuvola (nembo) folta, cadono a coprire gli omeri e scendono come serpenti sul viso e tra i seni.
Tra questa foresta d’oro, l’autore vede il volto del dio Amore rispecchiato in quello della sua donna. Il dio gli tende trappole per farlo innamorare. E in tutto ciò anche il sole – cioè il volto bellissimo della ragazza – si volta a guardarlo, come un girasole, che si riflette dentro gli occhi di lei.
Il sonetto non è nulla più che un inno d’amore, una dichiarazione e una lode di un innamorato. Ma è condotto con una maestria tale da creare vero e proprio “movimento” con le parole. Sembra di vedere questa cascata di luce dei capelli della donna mentre ricadono sul suo corpo. E Marino sottolinea la parola “oro” inserendola un po’ ovunque (auro, sorge, forse, oriente…) per accompagnare con il suono la visione che innesca nel lettore. Si tratta del più ampio esempio del “marinismo”.
Chi era Giambattista Marino
L’autore del sonetto e dell’opera La Lira è Giambattista Marino (1569-1625), padre della poesia barocca e non a caso nato a Napoli nel pieno della fioritura di questo stile, anche artistico. Compie controvoglia gli studi in ambito giuridico, per compiacere il padre, ma la sua tendenza è quella letteraria. Di nascosto, frequenta una accademia filosofica grazie alla quale si forma come poeta. Costretto a fuggire a Roma a causa di problemi con la polizia, completa lì la sua formazione. Dopo di che inizia a girare per le migliori corti italiane.
Sarà a Venezia, Ravenna, Torino e viaggerà anche a Parigi. Tra le sue innumerevoli opere, le più famose in assoluto sono La Lira e L’Adone, scritte a vent’anni di distanza (una nel 1614, l’altro nel 1632). La Lira è una raccolta di liriche e sonetti che dà il via al cosiddetto “marinismo” ovvero l’uso eccessivo dell’ornato, delle metafore, delle antitesi che a volte rendono i testi incomprensibili. Marino morirà a Napoli, nel pieno del successo nazionale e internazionale, celebrato come un eroe locale ma anche come un grande padre della letteratura moderna italiana.
