La materia «Telecom» è di quelle da maneggiare con cura, da trattare con molto tatto, altrimenti ci si può anche scottare. Ne sa qualcosa Angelo Rovati, che all’epoca del secondo governo Prodi, e del controllo Telecom in mano a Tronchetti Provera, svelò di lavorare ad un progetto di scorporo dell’infrastruttura di rete telefonica dalla società ex monopolista della telefonia in Italia.

E se ne è avuta la riprova quando, al momento della decisione di Tronchetti di non esserne più azionista di controllo, è stato attivato un «cordone sanitario» da parte di Banca Intesa, all’epoca guidata da Passera, volto ad impedire che già allora Telefonica potesse da sola assumere il comando: nacque così Telco.

Oggi che il capitalismo relazionale perde colpi, il banchiere di sistema Passera non è più in Intesa (o per lo meno non vi ha ancora fatto ritorno), le Generali guidate da Greco non vogliono più saperne di detenere partecipazioni non legate al core business assicurativo-bancario, le condizioni per la presa del potere di Telecom Italia da parte della società guidata da Cesar Alierta sono ormai mature. D’un tratto, sembra che la materia Telecom Italia non sia più tanto scottante, e che il già colosso delle tlc italiane, zavorrato dai debiti delle operazioni di merger a debito di cui è stata «vittima» e anche prodotti, in parte, da alcune gestioni allegre del recente passato (prima tra tutte la memorabile”gestione Rossignolo, controllante Umberto Agnelli, sotto la quale la girandola di dirigenti e buonuscite miliardarie offriva ampio materiale alle cronache economiche dei quotidiani nazionali), possa ormai passare di mano, anche in favore di soggetti stranieri, senza troppo clamore.

La vera ragione per quale non si vuole che Telecom Italia passi in mano a Telefonica è la preoccupazione, questa sì tutt’altro che infondata, del mantenimento dei livelli occupazionali. Una Telecom Italia che dovesse privarsi, per ragioni di antitrust, di Tim Brasile, che è una delle poche galline dalle uova d’oro rimaste nel perimetro del gruppo, sarebbe una Telecom Italia con una redditività ancora inferiore a quella attuale, e quindi con seri problemi a stare in piedi, in un contesto delle tlc in cui i margini di redditività si sono già significativamente ridotti negli ultimi anni; inoltre, l’integrazione con Telefonica difficilmente potrebbe impedire uno sfoltimento del personale, nell’ottica della creazione di sinergie di gruppo. Sinergie e risparmi da cui Telefonica difficilmente potrebbe prescindere, essendo anch’essa appesantita da una non trascurabile zavorra di debiti. Questo è il quadro che l’operazione Telefonica-Telecom Italia ci pone davanti: l’importante è mettere a fuoco le vere emergenze, e non erigere all’improvviso pretestuose barriere contro lo straniero. Se la sicurezza della rete telefonica fosse una reale preoccupazione dello Stato, allora la rete avrebbe dovuto essere nazionalizzata all’indomani dello scandalo Tavaroli. Ma così non è stato.