Dopo 70 giorni trascorsi dalle dimissioni di Carlo Tavecchio da presidente, e dalla disfatta dell’Italia per la non qualificazione ai mondiali 2018, ancora non c’è un nome designato per il prossimo presidente della Figc.

Tante sono le voci che si sono rincorse in questi due mesi ma che hanno portato fondamentalmente a un nulla di fatto e a un passaggio del testimone al presidente del Coni Giovanni Malagò che con pazienza e tenacia ha aspettato che questo momento arrivasse e che con lui sparissero dall’orizzonte i possibili aspiranti.

Tuttavia, nonostante il sistema stia collassando su se stesso e l’incertezza la faccia da padrone, non è necessariamente un male questo deragliamento inaspettato e non premeditato.

Esso è di certo fonte di problemi e creazioni di fratture e squilibri interni difficili da sanare ma è anche e soprattutto l’unico modo in cui era possibile agire per uscire da un immobilismo che perdura da decenni in cui non esiste un vero ricambio generazionale che premi i nuovi talenti e dia posto a nuovi responsabili ma che, al contrario, si è sempre ritorto su se stesso senza riuscire ad essere un minimo lungimirante e avanguardistico.

Gravina, Sibilla e Tommasi hanno rifiutato l’incarico per non abbassare il loro cachet che, in ogni caso, non avrebbe coinciso con una capacità tale da far uscire dall’immobilismo questo calcio vecchio stampo che utilizza burattini e burattinai e l’unica cosa che è riuscito a mettere in scena è un pietoso ultimo alto di un’era non particolarmente rosea ma che poteva concludersi in modo più dignitoso.

Se sia Malagò il prossimo commissario o un suo adepto appositamente scelto non è dato sapere, ma quello che è certo, è che il calcio aveva bisogno di questa questo incendio interno che potesse ridurre i vecchi e obsoleti sistemi in macerie da cui, si spera, possano nascere nuove e migliori strutture.