Non si ferma negli Stati Uniti l’esame di coscienza del Partito Repubblicano iniziato dopo la pesante e in qualche modo inattesa sconfitta nelle elezioni dello scorso novembre.

L’ultimo tentativo, in ordine di tempo, di sviscerare le ragioni della disfatta elettorale arriva questa settimana con la pubblicazione di un rapporto sulla difficile relazione tra il Grand old party e gli elettori under 30 a firma dei College Republicans.

Questa analisi lunga 95 pagine fa seguito a un’altra simile rilasciata in marzo dal chairman del Republican National Committee Reince Priebus e non offre spiegazioni di per sé particolarmente originali. Per tono è però particolarmente dura con l’establishment del partito. E forse avrà un impatto maggiore, in particolare perché il gruppo che l’ha prodotta, che dichiara di essere la più vecchia e più numerosa organizzazione politica giovanile del Paese e che vanta 250 mila membri in oltre 1.800 campus sparsi in tutti gli Usa, ha indubbia autorità in tema di preferenze dei giovani.

Detto ciò, sostengono i College Republicans, non tutto è perduto per il Gop, che può tornare a vincere fra i giovani come fece Ronald Reagan, sia nel 1984 sia nel 1988, a patto di lanciare un processo di vero rinnovamento a vari livelli. A partire da quello tecnologico e delle comunicazioni, settore in cui il partito deve migliorare le strategie impiegate per raggiungere l’elettorato più giovane; passando per quello delle percezioni, laddove i repubblicani farebbero meglio a promuovere maggiore diversità di opinione sui temi sociali; per finire con quello del branding, che il Gop deve rivedere al fine di trasformarsi da partito dei miliardari a partito dei giovani intelligenti e che hanno voglia di lavorare sodo.

Per quanto lodevole, questo tentativo dei College Republicans di spingere il Gop verso una nuova modernizzazione non sembra tenere conto di due cruciali dati di fatto.

In questo senso, il Partito Repubblicano si trova a affrontare ora un conflitto generazionale che i colleghi democratici hanno dovuto fronteggiare anni fa, quando la sinistra bianca, prevalentemente di sesso maschile e culturalmente tradizionalista dei sindacati esercitava ancora grande influenza sul partito dell’asinello. Oggi che il potere delle rappresentanze sindacali in America è stato grandemente ridotto, sono diminuite anche (per quanto non del tutto) le divergenze tra progressisti vecchio stampo e la nuova leva di democratici, per lo più colletti bianchi, meglio istruiti, più cosmopoliti e sempre interessati a questioni di giustizia e equità sociale ma non necessariamente dal punto di vista della stabilità lavorativa di lungo periodo.
Tensioni queste, fra una generazione e l’altra, che il Gop arriverà senz’altro a superare a tempo debito. Ma la cui risoluzione comporterà ben più fatica e travaglio di una semplice mano di vernice.