Pietro Verri: chi era? Cosa fece in campo economico?

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Pietro Verri, conte milanese vissuto nel Settecento fu non solo filosofo e scrittore ma anche economista. Ma quale è stato il suo contributo in questo campo? Per saperne di più, si può continuare a leggere questa pagina.

La sua vita

Il conte Pietro Verri nacque a Milano il 12 dicembre 1728, primo figlio di una famiglia aristocratica milanese, i cui componenti erano impegnati nell’amministrazione pubblica come funzionari del governo da diverse generazioni. Pietro ricevette una buona istruzione e sempre a Milano studiò legge, per seguire le orme del padre e degli altri membri della famiglia. Sempre nella sua città natale frequentò il salotto di Maria Vittoria Ottoboni.

Per un breve periodo seguì anche la carriera militare, e durante quel periodo fece conoscenza del generale Henry Lloyd, che lo avvicinò all’economia e alle idee illuministe, e cominciò a leggere testi di Voltaire, Montesquie e Rousseau. Pietro Verri diventò, tra i salotti, una personalità centrale dell’illuminismo italiano, e pubblicò vari scritti sull’economia, la politica ed altri temi. Quando nel 1797 Napoleone arrivò in Italia, Verri e i suoi compagni di gioventù, Luigi Lambertenghi ed Alfonso Longo, prese parte alla fondazione della Repubblica Cisalpina. Nello stesso anno, muore nella sua città natale.

Della sua vita privata, si sa che nel 1776 sposò Marietta Castiglioni, da cui ebbe due figli, Teresa ed Alessandro. Dopo la morte della moglie di tisi (nel 1781), si risposa nel 1782 con Vincenza Melzi d’Eril, sorella di Francesco, diventato vicepresidente della Repubblica Italiana, ed anche da lei ha altri figli.

I suoi contributi economici

Pietro Verri fu uno scrittore prolifico e si concentrò, come già è stato detto, su vari temi. Per quanto riguarda l’economia, tra i suoi scritti si possono citare Elementi del Commercio, pubblicato nel 1769, e Meditazioni sull’economia politica, una delle sue opere più grandi, uscita nel 1771. In queste opere enuncia varie leggi di offerta e domanda, spiegando il ruolo della moneta come “merce universale”, e si dichiarò favorevole al libero scambio. C’è chi lo considera un precursore delle teorie di altri economisti, come Adam Smith, ma allo stesso tempo difende anche i concetti di mercantilismo e proprietà privata.

E’ nota anche la sua campagna per la riforma delle imposte indirette, che ebbe inizio nel 1768, quando ottenne il permesso per eliminare dazi su alcune merci, come tabacco e il vino, delle regalie e delle imposte più redditizie che si riscuotevano con appalti privati. Quando l’imperatore Giuseppe II si recò a Milano, Verri lo esortò ad appoggiare una riforma del sistema fiscale, e nel 1770 un decreto imperiale abolì la ferma generale, riconoscendo un risarcimento a finanzieri e/o azionisti. Nel 1774, l’economista milanese riuscì ad ottenere la rimozione di una gran parte dei dazi doganali e pedaggi, e due anni più tardi si delinearono delle riforme anche su delle tariffe.

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