La cappella di Sansevero è uno dei più importanti musei di Napoli, che ospita vari capolavori, tra cui la statua del Cristo Velato. Ma cosa si sa di essa e del luogo che la ospita?
La cappella
Nota anche come chiesa di Santa Maria della Pietà, la cappella cominciò ad essere edificata nel 1593, ed una leggenda ritiene che sia stata eretta su un antico tempio della dea Iside. Nel corso degli anni venne modificata e strutturata più volte, anche se ufficialmente la sua costruzione è terminata nel 1766.
Oltre al Cristo Velato, dono diverse le opere al suo interno come le statue raffiguranti le virtù, realizzate da Antonio Corradini, Francesco Queirolo, Fortunato Onelli, Paolo Persico ed un autore ignoto che ha realizzato l’Amor divino. Tra le opere pittoriche, invece, non si può non citare la Gloria del Paradiso, realizzato nella volta da Francesco Maria Russo, nel 1749, che tuttavia riporta elementi attribuiti ad altri pittori.
All’interno della cavea, poi, ci sono le macchine anatomiche, ovvero due scheletri di un uomo ed una donna, in posizione eretta e con il sistema arterovenoso integro. Ad averle realizzate è stato il medico palermitano Giuseppe Salerno, ma ad acquistarle fu Raimondo di Sangro, un nobile ed esoterista massone, che all’epoca si stava occupando dei lavori della cappella. Dapprima, questi scheletri vennero conservato nel palazzo del principe di Sansevero, ed ancora non si è certi dei materiali utilizzati per realizzarlo.
Il Cristo Velato
La statua del Cristo Velato, invece, è un’opera del 1753 realizzata dallo scultore Giuseppe Sanmartino, ed è posto al centro della navata della cappella. Questa statua, in origine, doveva essere un’altra di opera di Corradini, che tuttavia morì nel 1752, ed aveva appena accennato un bozzetto in terracotta. Allora Raimondo di Sangro assegnò il lavoro al giovane artista napoletano, che tenne il bozzetto del suo predecessore, e lo stile della statua riporta degli elementi tardo-barocchi, distanti dai canoni del Corradini.
Tra l’abilità dell’artista e la fama di alchimista del Sangro, nacque una leggenda attorno alla trasparenza del velo della statua, che si diceva fosse in origine una vera e propria stoffa, trasformata dal nobile in marmo attraverso un processo alchemico (leggenda del tutto smentita dalle analisi fatte alla statua, interamente di marmo).
Leggenda o meno, questa statua ebbe degli estimatore già nel Settecento, come racconta Antonio Canova, che provò ad acquistarlo senza successo, dicendo che avrebbe dato dieci anni vita per essere lo scultore di un’opera simile. Anche il marchese de Sade lo ha elogiato, soprattutto per la finezza dl velo, mentre Matilde Serao scrisse un testo appassionato sulle fattezze della statua. Riccardo Muti, invece, scelse quel volto per la sua copertina del Requiem di Mozart, mentre l’autore argentino Hector Bianciotti parlò di “sindrome di Stendhal” quando lo vide.
