A definire “granaio di Roma” la Sicilia è stato Catone, se non “nutrice”. Ma come la Sicilia diventò il granaio della Repubblica romana? Che differenze c’erano tra la Sicilia greca e quella romana?

La Sicilia greca

La Grecia fondò le sue prime colonie in Sicilia nel VII secolo a.C. Dalle testimonianze sembra che le relazioni tra greci e altri popoli che abitavano l’isola, ovvero i sicani, i siculi e gli elimini, fossero sia pacifiche che controverso, così come i rapporti tra fenici e greci, con i quali questi ultimi avevano dei rapporti commerciali. In base a quanto riporta Tucidide, i primi a colonizzare e a fondare città in Sicilia furono gli aristocratici esclusi dalla città, ovvero gli aristoi, costretti ad andare per via di lotte intestine. I primi siti scelti, furono le città di Messina, Siracusa, Naxos, Catania e Reggio, per motivi commerciali.

Dal VI secolo a.C. cominciò il periodo dei tiranni, e ciò durò fino al 476 a.C, e l’isola passò sotto un governo più democratico. A livello politico, i greci basarono le colonie sul modello delle città-stato greche, e l’economia si basa non solo sul commercio, ma anche sull’agricoltura. In ambito culturale, i coloni greci privilegiarono soprattutto il teatro, e a testimoniarlo ci sono proprio le rovine dei teatri greci nelle varie città siciliane.

La Sicilia romana

La Sicilia divenne una provincia romana nel 241 a.C., alla fine della prima guerra punica, e ciò cambiò la sua situazione sotto ogni aspetto. Dal punto di vista politico, Roma ne fece una provincia gestita da governatori nominati a Roma, e cominciarono a costruire edifici pubblici come terme.

Sotto il profilo economico, le coltivazioni vennero intensificate. In pratica, l’isola divenne un enorme campo di viti, ulivi, orzo, legumi, frutta, verdure e frumento. Il grano, in particolare, divenne la materia prima più importante, tanto che ogni anno Roma importava dalla Sicilia oltre tre milioni di quintali di questo cereale, le cui spighe venivano vendute a un prezzo basso.

Per sfruttare in questa maniera la terra, i romani adottarono due sistemi: quello tradizionale, ovvero che delle aziende familiari producevano per se stesse, e quello più moderno, che si basava sullo sfruttamento dei lavoratori schiavi nei campi di medie dimensioni, e il grano e gli altri prodotti ricavati venivano usati per il commercio estero. In pratica, il grano e l’orzo dei siciliani erano il tributo principale da pagare a Roma.

C’è da dire che Roma non riscuoteva direttamente questi tributi, ma li appaltava ai publicani, ovvero dei privati. Ogni decima veniva venduta all’asta, localmente, ogni anno, e il tributo in seguito ricadeva sui proprietari e gli affittuari. Dal III al II secolo a.C. gli appalti erano riservati a commercianti e uomini d’affari, ma chi si aggiudicava tali aste generavano delle società finanziarie, ed alcuni ottenevano da Roma appalti anche sulla pastorizia e i trasporti marittimi. A livello comunale, i cittadini dovevano tutti pagare un determinato importo.

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